Arrampicare nel Piceno


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Punto rosso Punto Bianco

Scrittori per caso...

Negli anni '70 nasceva sulle rocce del Frankenjura per mano di un gruppetto di arrampicatori della zona guidati da Kurt Albert il movimento del Rotpunkt che negli anni seguenti influenzera' lo sviluppo dell'arrampicata sportiva nel mondo intero. Le regole erano tanto semplici quanto minime. Il gioco era quello di salire un itinerario usando solo appigli e appoggi per progressione, ed i chiodi per sola protezione; invero nei primi tempi si saliva con uno stile Alles Frei (AF) che permetteva il riposo sulla corda (Resting) tra una sequenza e la successiva e cosi' percorsa una via era detta In Libera. Il passo successivo, seguendo una tendenza derivante dallo Yosemite fu quella di eliminare le fermate sulla corda e di salire quindi la via senza soluzione di continuita'. Kurt inizio' a dipingere un punto rosso alla base degli itinerari che lui e i suoi amici riuscivano a percorrere in questo stile ed in breve il Rotpunkt (Punto Rosso)
divenne lo standard con il quale si misuravano gli arrampicatori di ogni nazione.
Regole semplici per un gioco chiaro, per un'interpretazione sportiva delle performance in falesia che fosse la medesima ovunque.
Gli arrampicatori, pero', alla luce di quasi trent'anni di arrampicata sportiva non hanno saputo dare una prova di maturita' nel mantenere intatte queste regole iniziali e col tempo le regole del movimento del Rotpunkt sono state in alcune specialita' completamente reinterpretate in maniera piu' soft e le valutazioni delle performance distorte.
E' il caso dell' arrampicata a vista, da molti climber considerata l'espressione massima della Rotpunkt. Anche qui poche regole semplici: l'arrampicatore sale un itinerario senza preventiva conoscenza dello stesso, senza aver visto altri arrampicatori sullo stesso e senza essersi fatto spiegare le sequenze chiave della via. Sino alla meta' degli anni '80 esisteva una regola ancora piu' rigida, l'itinerario doveva anche essere "moschettonato" dallo stesso climber che cosi' saliva con il suo bel gonnellino di rinvii, una difficolta' aggiuntiva. L'avvento delle gare modifico', o meglio diede il pretesto ai climber meno coraggiosi (nel senso del leale confronto), di modificare questa regola; nelle competizioni per ragioni di tempo (il leva-metti dei rinvii significava tempi morti per gli spettatori) i rinvii erano gia' in parete e cosi' alcuni "visto che in gara si faceva" importarono l'abitudine anche in falesia, dapprima facendosi pre-moschettonare la via da un amico compiacente. La pratica facilitava di sicuro la Rotpunkt e la via cosi' percorsa sia a vista che a tentativi venne per un periodo battezzata "Pinkpoint" (punto rosa), ma ben presto tutti si dimenticarono delle sfumature di colore ed il rosso pieno inglobo' anche questa variante sul tema.
E si ando' oltre: spesso era lo stesso climber che voleva provare la via a calarsi sulla stessa pre-moschettonando i punti e quasi sempre dando una sbirciatina qua e la' per capire dove fossero gli appigli risolutori.
Successivamente sempre le gare e l'esigenza di spettacolarizzazione delle stesse diedero un altro colpo alle regole. Nel proporre sequenze e tratti di parete di difficile interpretazione, i tracciatori di itinerari di competizione si trovarono di fronte alla spiacevole situazione che nessuno, o pochi, degli atleti capissero la sequenza, cadendo tutti allo stesso punto a danno dello show; apparvero cosi' le prime strisciate di magnesite per indicare agli atleti la giusta direzione per trovare gli appigli. Ed ancora una volta ecco che anche in falesia ci si fa lo sconto, scegliendo solo itinerari pesantemente imbiancati di magnesite o ancor meglio con generose strisce dirette alle prese chiave.
Niente in confronto a cio' che si verifica da qualche tempo, questa volta su derivazione della pratica del boulder, l'ultima operazione di marketing nel mondo dell'arrampicata.
E' infatti pratica comune sui blocchi di segnare con strisce per le mani e punti per i piedi con la magnesite ogni appiglio e appoggio per eliminare ogni possibilita' di calo di memoria nel ricordarsi l'esatta collocazione di quei due-tre movimenti che compongono "il problema". Una pratica che leva molto alla fantasia ed e' orrendamente antiestetica. Il ridicolo e' che questa tracciatura millimetrica viene ora riportata in falesia: adorabili rifinitori si calano su un itinerario e dalla prima all'ultima presa (ed appoggio) ecco una strisciatina o un puntino di magnesite, insomma non resta che numerare il tutto cosi' diventa ancora piu' semplice (ed e' gia' capitato!!!). Ma non crediate questo sia prerogativa solo degli itinerari piu' impegnativi, tutt'altro, percorsi "guidati" appaiono persino su vie come Vasconi a Boragni o la Miguel al Cucco, certo su quelle vie gli appigli sono troppi e generano confusione...
Il Punto Bianco cancella la possibilita' per un arrampicatore ancora nostalgicamente legato alle regole del Punto Rosso di provare realmente ad interpretare una via a vista, essendo oramai impossibile fare a meno di non notare i segni indicativi che cosi' impediscono a tutti una salita non guidata.
L'arrampicata a vista a Finale e' sempre stata piu' impegnativa che in altri centri vista la particolarita' della roccia che sovente obbliga ad una lettura Braille dei tantissimi buchetti presenti; si spiega cosi' che il livello delle riuscite a vista a causa di questa difficolta' aggiuntiva non si e' innalzato come altrove e alcune performance di alcuni anni fa, compiute in piena era del Punto Rosso, sono ancora prestazioni al top, prestazioni che rischiano di venire offuscate dalla nuvola di magnesio del Punto Bianco.

Andrea Gallo


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